“In quel tempo il regno dei cieli sarà paragonato…”, così inizia la nostra
parabola. Chissà, forse quel tempo è riferito al nostro tempo? Questa
parabola di Gesù sarà per noi, dedicata a noi, rivolta a noi? Sì, quel tempo è
il nostro tempo.
Ma
in quale tempo viviamo? Come potremmo definirlo? Vorrei utilizzare due
categorie tratte da questa parabola che Gesù dedica espressamente a noi: questo
è il tempo della stoltezza ed è anche il tempo di chi ha smarrito il futuro. E
queste due cose vanno inevitabilmente insieme: quando si smarrisce il futuro si
diventa stolti e quando si è stolti si smarrisce il futuro.
Vi
porto due esempi. Il primo sulla stoltezza. Il comune di Coccaglia, nel
bresciano, ha aperto la “Operazione Bianco Natale”, che ha come obiettivo il
fare pulizia di tutti gli immigrati clandestini che abitano in quel comune.
Spiega, l’assessore leghista alla Sicurezza del comune, la “mente”
dell’iniziativa: «Per me il Natale non è la festa dell’accoglienza, ma della
tradizione cristiana, della nostra identità». L’operazione Bianco Natale prevede
un meccanismo semplice: i circa 1500 immigrati, prima delle feste, riceveranno
una visita a domicilio da parte dei vigili: a chi non avrà il permesso di
soggiorno verrà revocata la residenza. Provvedimento che non ha alcuna
motivazione di ordine pubblico, perchè, come ammette lo stesso sindaco, «da noi
non c’è criminalità, vogliamo solo iniziare a fare piazza pulita».
Ora
Coccaglia non sarà certo Caput mundi, capitale del mondo, ma il problema
è che il mondo sta sempre di più somigliando a Coccaglia. Un mondo sempre più
stolto!
Il
secondo esempio è sulla perdita del futuro. Si usa ormai l’espressione:
generazione senza futuro per descrivere tante persone che vivono prigioniere del
presente. In una intervista ad un ragazzo eroinomane che senza nascondersi, ha
parlato della sua vita disperata, del trovarsi solo al mondo dopo che erano
venuti a mancare i nonni e dell'essere malato di Aids; in questa intervista, il
giornalista gli ha chiesto come vedeva il proprio futuro, il giovane si è
stretto nelle spalle e ha domandato a sua volta: "Quale futuro posso immaginare
io?".
Quale futuro può immaginare un giovane? Così scrive su un blog una giovane
angosciata: “… i giovani sono già fortunati se trovano un lavoro a tempo
determinato con regolare assunzione. I più si ritrovano con un contratto a
progetto a fare un lavoro che nella realtà ti impegna più di un dipendente,
senza diritto a malattia, ferie pagate o, più semplicemente, ad un orario umano.
Eppure siamo proprio noi giovani che dovremmo rappresentare il futuro. Perchè
allora ci viene negata ogni possibilità? Perchè non possiamo realizzare i nostri
sogni? Perchè ci si lamenta se rimaniamo a casa dai genitori? Perchè non si
fanno controlli sui nostri contratti? Perchè nessuno si preoccupa di verificare
la corretta applicazione di questi contratti? Come è possibile che i contratti
durino anche un anno senza dare diritto alle ferie o alla malattia? Come si può
demandare tutto ciò alla "bontà" del datore di lavoro? So che queste domande non
troveranno risposta ma è da qualche tempo che rimuginavo su questi quesiti e
adesso è giunto il momento di dare sfogo alla mia angoscia”.
Sì,
viviamo in un tempo segnato dalla stoltezza e dalla mancanza di futuro. Ma noi
cristiani possiamo dire qualcosa? Abbiamo un contributo anche piccolo che
possiamo dare? Io penso di sì e come ogni volta proverò ad essere quanto più
chiaro possibile. Tre cose possiamo offrire. La prima cosa voglio chiamarla
scorta. Bisogna uscire ad affrontare la vita avendo con sé una scorta, proprio
come le cinque vergini sagge che portano con sé oltre che la lampada anche una
scorta d’olio.
Dobbiamo portare con noi una scorta di senso della vita. Una scorta di parole
che sappiano consolare. Una scorta di pensieri che sappiamo ridare speranza lì
dove c’è disperazione. Una scorta di solidarietà. Una scorta di giustizia.
Non possiamo uscire fuori se non abbiamo prima preso con noi la scorta della
fede.